Aprile 20, 2026

YOU DON’T LOOK NATIVE TO ME: LA MOSTRA DI MARIA STURM DAL 30 APRILE IN POLVERIERA NELL’AMBITO DI FOTOGRAFIA EUROPEA

Fantasmi del quotidiano è un invito a cercare le cose non viste e quelle invisibili, a prestare attenzione ai sussurri di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, rivelando le storie silenziose che danno forma e guidano il nostro presente mentre aprono nuovi percorsi per l’immaginazione. Il tema di Fotografia Europea 2026 non poteva essere più in linea con Polveriera, un luogo rigenerato che ospita numerosi progetti culturali e sociali e, dal 2025, la Vivanderia Sociale il bar-ristorante inclusivo che coinvolge persone fragili in percorsi di autonomia e socialità. Cuore del quartiere Mirabello, di cui è piazza centrale, Polveriera è uno spazio ibrido e sperimentale, che si fa promotore di cambiamento per dare nuovi significati alle relazioni, ridando vita ad un pezzo di città  e creando occasioni di comunità e nuove connessioni. Una visione che condivide con Fotografia Europea, che da sempre riflette sulla contemporaneità contaminando luoghi diversi della città, pubblici e privati, formali e informali. Fantasmi del quotidiano ha creato il perfetto contesto per entrare nel circuito della manifestazione, con quell’invito a “cercare le cose non viste”, a cambiare il punto di vista, ad andare oltre il tangibile per rivelare la bellezza inconsueta che non siamo a volte pronti a cogliere, ma che la giusta cornice può mettere a fuoco e rivelare. La mostra di Maria Sturm You Don’t Look Native to Me, mettendo in crisi il concetto stesso di identità, ha rappresentato l’opportunità per ragionare sugli stereotipi e sulla necessità di rinegoziare, grazie a uno sguardo altro, le percezioni che inconsapevolmente ci portano a leggere il mondo in un’ottica di chiusura anziché di apertura. La mostra, che sarà inaugurata il 30 aprile negli spazi di Vivanderia Sociale Polveriera, è stata resa possibile grazie al contributo del Consorzio Oscar Romero e della società cooperativa Elfo.

LA MOSTRA

You Don’t Look Native to Me riflette su come le storie, gli stereotipi e le lotte per il riconoscimento abbiano plasmato — e continuino a plasmare — le vite della Tribù Lumbee a Pembroke, North Carolina. Dal 2011 ho fotografato e filmato i membri di questa comunità, combinando immagini, video e interviste per mostrare come l’identità nativa non sia qualcosa di fisso, ma una rappresentazione in continua evoluzione, che si ridefinisce ad ogni generazione.

I Lumbee, con circa 55.000 membri, sono la più grande tribù riconosciuta dallo stato a est del Mississippi. Il 18 dicembre 2025 sono stati riconosciuti a livello federale come la 575ª tribù negli Stati Uniti, dopo 137 anni di attivismo e lotta persistente. Questa ‘correzione’ tanto attesa di un’ingiustizia storica, ha portato oggi le questioni indigene a un livello nazionale, consensìtendo ai Lumbee di accedere a risorse che fino ad ora gli sono state negate, tra cui finanziamenti, assistenza sanitaria, alloggio e istruzione.

Tuttavia, questo riconoscimento arriva in un contesto politico polarizzato, plasmato da narrazioni escludenti e dibattiti ancora in corso su chi appartenga alla nazione, che si sono ulteriormente acuito sotto la presidenza di Donald Trump. Mentre lo Stato formalmente riconosce l’identità indigena, permangono complesse sfide sociali e culturali, che hanno a che fare con i temi della rappresentazione e del senso di appartenenza.

A prima vista, le mie fotografie ritraggono una comune città americana. A uno sguardo più attento, emergono però strati di identità culturale: segnali stradali, abbigliamento, tatuaggi e spazi domestici riflettono una continua negoziazione tra retaggio culturale e contemporaneità. Questi dettagli rivelano come gli stereotipi — plasmati da film, cultura pop e narrazioni semplificate — siano stati proiettati sulla comunità, influenzando le interazioni quotidiane.

Il titolo del progetto, You Don’t Look Native to Me, è una frase dolorosamente familiare per il popolo Lumbee, che ben racchiude il divario tra percezione interna – come si vedono i nativi – ed esterna – cioè come chi non fa parte della comunità li percepisce. I protagonisti si rappresentano come individui unici con radici culturali condivise, rifiutando di conformarsi agli stereotipi su cosa significhi essere un nativo americano.

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